| |
mostre |
|
|
| |
 |
|
Istituto per gli Studi Filosofici, Napoli, 1994 |
|
Visioni di Città |
di Pasquale Belfiore
Si
racconta che il frate Niklaus von der Flüe ebbe la visione
di un mandala diviso in sei parti, con al centro l'incoronato
volto di Dio. Fu una esperienza terrificante, come tutte le
esperienze di presentimento della verità, dice Jiung
che racconta l'episodio. Frate Klaus non avrebbe potuto resistere
alla tremenda esperienza del numinoso se non elaborando, traducendo
il simbolo.
|
|
"La chiarificazione - racconta sempre Jung - fu raggiunta
sull'allora granitico terreno del dogma, che mostrò la
propria forza di assimilazione trasformando qualcosa di spaventosamente
vivo nella bella intuizione dell'idea originaria. Essa però
avrebbe potuto avere luogo su un terreno completamente diverso:
quello della visione stessa e della sua spaventevole realtà,
probabilmente a danno del concetto cristiano di Dio e indubbiamente
ancor più a danno di frate Niklaus che in quel caso non
sarebbe diventato beato, ma magari un eretico (se non addirittura
un folle) e avrebbe forse terminato la sua vita sul rogo".
|
|
Qualcosa di simile è forse capitato a Giacomo Ricci,
storico e critico dell'architettura, che una decina di anni
fa ha avuto anch'egli qualche terrificante visione. Cosa abbia
visto non è dato saperlo. Di certo, anch'egli ha trasformato
qualcosa di spaventevolmente vivo nella bella intuizione di
disegnare da allora (ossessivamente, come si conviene alla traduzione
di un simbolo) immagini di architettura (come si conviene ad
un architetto). La silloge è trasparente e sarebbe perfino
banale - un architetto che disegna architetture - se non fosse
poi intervenuto il "diavolo" ad intrigare le cose.
Perche se il simbolo (sun-ballo) mette insieme, fa coincidere
visione e disegni, il diavolo (dia-ballo) li disunisce, aprendo
a Ricci spazi di ragionata follia o, meglio, spazi folli governati
dalla ragione.
|
|
Le opere esposte fino a domani sono infatti dimostrazioni per
assurdo sulla possibilità di rappresentare il sogno,
l'oscuro, il gratuito, le personali nevrosi e manie, lo sberleffo,
l'illazione, il diavolo appunto. Ricci vuole dimostrare che
il diavolo esiste e parte dall'ipotesi della sua indimostrabilità.
Ipotesi vera se c'è un rapporto logico tra disegno e
significato: ipotesi falsa se il rapporto c'è ma non
è logico. E nulla di "logico" v'è negli
ultimi inquietanti quadri di architettura esposti in mostra
perché i disegni di palazzi e città non significano
rappresentazioni di palazzi e città, ma qualcosa d'altro:
significano il sogno, l'oscuro, il gratuito, le personali nevrosi
e manie, ecc., il diavolo appunto.
|
|
La scissione luciferina tra visione e rappresentazione è
fatta da Ricci con due semplici artifici: concatenazione irreale
di cose reali, rigorosa coerenza della illogica concatenazione.
Che, ad esempio, una scena di città, passando attraverso
uno strizzapanni, ne esca appiattita e stirata è ragionevole
pensarlo; come è possibile che palazzi e chiese possano
stare comodamente assisi sul tavolo da cucina (ed infatti i
cantori della metropoli parlano di gulliverizzazione) o che nuvole
e palloncini facciano decollare fabbriche e campanili (come
da qualche tempo accade nelle basi spaziali). Tutti elementi reali, realisticamente disegnati, concatenati
tuttavia in modo irreale. Stando così le cose, nulla
v'è di più indiscreto che chiedere il "significato"
di tutto ciò. Esiste, certo, ma a noi non è dato
saperlo.
Talento grafico, cultura, referenti autorevoli, gran lavoro
sulle tecniche di rappresentazione: tutti registrabili. Il significato
no, esistente ma indicibile, come si conviene al diavolo. C'è tuttavia un piccolo disegno di stampo leonardesco
che, unico, forse tradisce un seme di significato. Si chiama Macchina per parlare alla lunaSublime "sciocchezza"
d'un architetto che studia per diventare poeta e nel frattempo
si mostra in una mostra per mostrare che il sonno della ragione
genera dimostrazioni.
|
|
|